Quando la Storia è scritta nel mare: il Castello di Mola di Bari.

Secondo lo scrittore francese Gustave Flaubert il fascino della storia, come quello del mare, risiede in ciò che cancella. Ma il mare, così come la storia, preferisce nascondere, più che annullare, e basta tendere l’orecchio con attenzione e guardare con la giusta dose di curiosità per scoprirne i segreti e rimanerne incantati.

Di segreti e intrighi, incanti e inganni la storia del Castello di Mola è ricca. Tra le sue mura angioino-aragonesi, uno dei regali più belli lasciati dal Passato in terra di Puglia, è possibile ricostruire la vita di questa città bagnata dal mare, abitata sin dall’antica età del bronzo, e risalire pian piano sino ai tempi più recenti, passando tra feudatari sanguinari e tiranni come i Vaaz e principesse coraggiose e tenaci quale è stata la bella Brianna Carafa. Un autentico viaggio a ritroso nel tempo, organizzato dall’associazione culturale molese Rosa di Jericho, che con successo è riuscita ad unire il format della visita guidata alla visione di performance recitate da attori vestiti con abiti d’epoca, rendendo l’esperienza non solo piacevole e intrigante ma anche sinceramente capace di suscitare emozioni negli spettatori.

Si scopre così che il famigerato nomignolo con cui i molesi sono conosciuti, ovvero “capatosta“, risale ad una causa intentata dai cittadini proprio contro la famiglia portoghese dei Vaaz, rei di governare il feudo di Mola in modo autoritario e inumano. Una causa durata centocinquant’anni, vinta infine dai cittadini che, proprio in virtù della loro ostinazione nel ricercare giustizia, vennero, appunto, definiti “capatosta”, ovvero “teste dure”. Ingegnosi meccanismi di difesa vengono rivelati, così come l’abilità degli architetti del passato non solo nel costruire mura e saloni, ma anche nel rispettare le costruzioni precedenti, integrandole e rendendo, così, il castello simile ad un libro le cui pagine dei capitoli iniziali non sono state cancellate bensì arricchite da quelle successive. Ciò almeno sino ai giorni nostri, quando, nella seconda metà del XX secolo, parte dell’edificio è stato distrutto per far spazio ai lavori del manto stradale.

Ma il Castello di Mola, benché mutilato da abbattimenti e restauri spesso inadatti, si erge ancora maestoso, fiero del suo passato militare e cortese; fiero di esser stato, sotto la famiglia Toraldo, un luogo di grande importanza culturale. Proprio alle vicende della famiglia del Barone Vincenzo Toraldo è dedicata gran parte delle interpretazioni degli attori, che ripercorrono i momenti più tristi di questa dinastia, portata avanti da una delle donne più belle e intelligenti del Regno di Napoli: Brianna Carafa.

I secoli in cui Mola vide le mura della sua fortezza brillare per gli ingegni che l’abitarono, sono stati anche quelli in cui gli uomini inventarono alcune delle torture più efferate e crudeli. Tracce di questi strumenti di tortura sono visibili nei sotterranei del Castello, dove l’associazione Rosa di Jericho ha allestito una mostra permanente di strumenti che, pur non essendo stati utilizzati nel Castello di Mola (che mai ospitò al suo interno delle prigioni), servono come importante fonte storica e documentaria.

Grazie al lavoro di questa associazione, molesi e turisti hanno avuto la possibilità di riappropriarsi di un importante pezzo della loro storia, che non è solo Storia generale, ma anche personale. Un’esperienza, questa, di importanza fondamentale, soprattutto in un paese come il nostro che, proprio perché dimentico del suo passato, spesso smarrisce la strada verso il suo domani.

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