Sul sentiero dei suoni: quando la musica diventa fiaba e magia.

Sul sentiero dei suoniIl sogno di un bambino che diventa realtà recita il comunicato stampa dello spettacolo di Giuseppe Berlen e Pasquale D’Attomo, Sul sentiero dei suoni, che ieri sera ha avuto luogo presso il teatro Van Westerhout di Mola di Bari.  E davvero non c’è miglior modo per descrivere questa favola musicale delicata e di grande fascino, che ha letteralmente catturato il pubblico di grandi e piccini presenti in sala.

L’apertura del sipario è stata preceduta dalla voce di Pasquale D’attomo, che ha introdotto gli strumenti musicali presenti sul palco come se fossero dei veri e propri attori. Ed in effetti, la musica è la vera protagonista di questo racconto, la musica della voce umana e delle percussioni; delle mani e degli strumenti a fiato. La musica, la più immateriale delle arti, che riesce magicamente a creare nella mente degli spettatori l’immagine dei volti e dei luoghi che compaiono nella storia. Attraverso le sonorità di strumenti provenienti dalle più diverse culture, i giovanissimi musicisti della Giacinto Bianco percussion ensamble sono riusciti a rendere il suono dolce del vento e delle onde o l’impetuoso rombo del tuono; la coloratissima frenesia del carnevale di Rio de Janeiro e la poesia di una romantica notte stellata; la vivacità di un violino zingaro e l’inquietudine di un sabbah nella terra dei Celti. Solo attraverso la musica, grandi e bambini presenti in sala sono riusciti a vedere i colori della natura e delle vesti; le espressioni dei visi e la forza degli elementi, in un’atmosfera sospesa, dove lo spazio del mondo era un’entità resa presente dalla melodia.

Sul sentiero dei suoni narra del lungo viaggio di Beppe, bambino sensibile e curioso innamorato della Luna. Proprio la Luna sarà suo mentore e guida, conducendolo in un viaggio magico che lo porterà a far tappa dall’Italia all’Africa, dall’Australia agli Stati Uniti, dall’India all’Inghilterra; mostrando al bambino personaggi antichi e misteriosi (come la splendida Mamma Africa), musicisti e streghe, antiche tribù indiane e bambini di altri paesi con cui giocare. Ognuno di questi luoghi sarà per Beppe fonte di meraviglia e stupore; ogni volto, ogni voce, un piccolo tassello con cui costruire la sua anima forse di poeta, forse di musicista, sicuramente di uomo che ha fatto sue, nel suo piccolo cuore indomito, le virtù dell’humanitas.

La musica, che muove Beppe tra i vari continenti e costruisce mari profondi e montagne altissime, porta con sé anche gli spettatori e, a conclusione dello spettacolo, sembra davvero di essersi destati da un sogno o dall’incanto di una fata. E, uscendo dal teatro, pare che il cuore racchiuda un po’ di quella saggezza che il giovane protagonista ha appreso sul mondo e sugli uomini.

SUL SENTIERO DEI SUONI (da un’idea di Giuseppe Berlen).

Compositore delle musiche: Giuseppe Berlen

Autore della sceneggiatura: Pasquale D’Attomo e Giuseppe Berlen

Voce recitante: Pasquale D’attomo

gruppo di percussioni: Giacinto Bianco percussion ensamble

Flautista: Gianni gelao

Didgeridoo: Domenico Poteca

Direttore: Giuseppe Berlen

Immagine: http://www.associazionepadovano.it

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Sempre amore: breve biografia di Niccolò van Westerhout.

Compositore irrequieto, dalle molteplici sfaccettature, un personaggio crepuscolare per la sua ambigua sospensione tra passato e futuro, tra alterità e tradizione: così Galliano Ciliberti ha definito Niccolò van Westerhout, musicista molese e talento precoce, stroncato da una morte altrettanto rapida.

Nato a Mola il 17 dicembre 1857 da una famiglia fiamminga stanziatasi in Puglia nel XVII secolo, Niccolò si accostò alla musica da giovanissimo e già all’età di 13 anni aveva composto una delle sue prime opere su soggetto della tragedia shakespeariana Giulio Cesare, suscitando l’attenzione della Giunta Comunale della sua città, che finanziò il suo trasferimento a Napoli e la sua iscrizione al Conservatorio di San Pietro a Majella. Nella città partenopea rimase sino alla morte, avvenuta il 21 agosto 1898 in uno stato di grande povertà. Durante il suo soggiorno in Campania, tra le varie personalità artistiche dell’epoca, strinse amicizia con Gabriele D’Annunzio.

Questo valente musicista, dimenticato per anni e solo recentemente oggetto di una progressiva riscoperta, ha prodotto soprattutto composizioni cameristiche e sinfoniche, e quattro opere liriche:

Cimbellino, dramma lirico in quattro atti, libretto di Enrico Golisciani, rappresentata al Teatro Argentina di Roma nel 1892
Fortunio, dramma lirico in tre atti, libretto di G. M. Scalinger, rappresentata al Teatro Lirico di Milano il 16 maggio del 1895
Doña Flor, dramma lirico in un atto, libretto di Arturo Colautti, rappresentata a Mola di Bari il 18 aprile del 1896
Colomba, dal libretto di Arturo Colautti, rappresentata postuma al Teatro San Carlo di Napoli nel 1925

 Altre due opere liriche, Una notte a Venezia Imogene rimasero incompiute, mentre la Tilde non fu mai rappresentata.

La Doña Flor venne commissionata dallo stesso comune di Mola e dedicata dal musicista alla sua città natale. Quasi un secolo dopo, il comune di Mola commissionò allo scultore Bruno Calvani la statua che celebra la protagonista e una delle opere più belle di questo compositore di talento. Il 19 febbraio del 2007 le sue spoglie sono state trasferite a Mola e ora riposano nella città che gli diede i natali, a più di centocinquant’anni di distanza.

Bibliografia: Galliano CilibertiUn musicista crepuscolare: Niccolò van Westerhout, Florestano Edizioni, 2007.

 

Stornelli molesi: Fior di limone (Fiore de lemaune).

Gli stornelli sono testi poetici molto semplici, spesso frutto di improvvisazione, accompagnati da una controparte musicale. Proprio per la loro natura ritmica e la semplicità di composizione, vantano una ricca produzione a livello popolare in tutta Italia.

Anche la letteratura popolare molese ha prodotto diversi stornelli, ma di questi il più famoso è sicuramente Fiore de lemaune, Fior di limone, irresistibile sia per ritmo sia per la sua lieve, colorata ironia di fondo. Protagonisti di questa schermaglia d’amore in rima sono, come tradizione vuole, un ragazzo e una fanciulla.

Fiore de Lemaune

e de lemaune

T’u geure davande a Degghie

nan t’abbandaune.

Fiore de genéstre

e de genéstre

a mamma mà nà me marete préste

pe nan se leuè u fiore da fenéstre.

Affacete alla fenéstre

facce de lèune

sé tanda berafatte e nà iè’ fertèune

sé tanda berafatte e nà iè’ fertèune.

M’affacce alla fenéstre

ie’ uarde u mere,

tutte le varche vaiche de navegheie

a varche du nenne me’ na vaiche angòre.

Ce t’u a dètte a taive

nan ténghe amande?

te pozze careche’,na neva granne

te pozze careche’, na neva granne.

Ce t’u a dètte a taive

nan ténghe u zeite?

tu viene a mezzanotte e vinue a veite

tu viene a mezzanotte e vinue a veite.

Fiore de marange

marangia rècce

u vogghie berefatte capèdde rècce

u vogghie berefatte capèdde rècce.

Fiore de lemaune

e de lemaune

t’u geure davande a Degghie nan t’abbandaune

t’u geure davande a Degghie nan t’abbandaune.

Traduzione: Fior di limone/te lo giuro davanti a Dio/non ti abbandono./Fior di ginestra/la mamma mia non mi marita presto/per non togliersi il fiore dalla finestra./Affacciati alla finestra/faccia di luna/sei tanto bella ma non hai fortuna./Mi affaccio alla finestra/e guardo sul mare/tutte le barche vedo navigare/la barca del mio bello non vedo ancora./Chi te lo ha detto/che io non ho una che mi ama?/Ti posso caricare una grossa nave./Chi te lo ha detto/che non ho il fidanzato?/Vieni verso mezzanotte e potrai vederlo./Fiore di arancia/arancia riccia/lo voglio bello e coi capelli ricci./Fior di limone/te lo giuro davanti a Dio/non ti abbandono).

(Testo e traduzione tratti da M. Calabrese, Mola di Bari. Colori suoni memorie di Puglia, Editori Laterza. Tutti i diritti riservati).

Quando la Storia è scritta nel mare: il Castello di Mola di Bari.

Secondo lo scrittore francese Gustave Flaubert il fascino della storia, come quello del mare, risiede in ciò che cancella. Ma il mare, così come la storia, preferisce nascondere, più che annullare, e basta tendere l’orecchio con attenzione e guardare con la giusta dose di curiosità per scoprirne i segreti e rimanerne incantati.

Di segreti e intrighi, incanti e inganni la storia del Castello di Mola è ricca. Tra le sue mura angioino-aragonesi, uno dei regali più belli lasciati dal Passato in terra di Puglia, è possibile ricostruire la vita di questa città bagnata dal mare, abitata sin dall’antica età del bronzo, e risalire pian piano sino ai tempi più recenti, passando tra feudatari sanguinari e tiranni come i Vaaz e principesse coraggiose e tenaci quale è stata la bella Brianna Carafa. Un autentico viaggio a ritroso nel tempo, organizzato dall’associazione culturale molese Rosa di Jericho, che con successo è riuscita ad unire il format della visita guidata alla visione di performance recitate da attori vestiti con abiti d’epoca, rendendo l’esperienza non solo piacevole e intrigante ma anche sinceramente capace di suscitare emozioni negli spettatori.

Si scopre così che il famigerato nomignolo con cui i molesi sono conosciuti, ovvero “capatosta“, risale ad una causa intentata dai cittadini proprio contro la famiglia portoghese dei Vaaz, rei di governare il feudo di Mola in modo autoritario e inumano. Una causa durata centocinquant’anni, vinta infine dai cittadini che, proprio in virtù della loro ostinazione nel ricercare giustizia, vennero, appunto, definiti “capatosta”, ovvero “teste dure”. Ingegnosi meccanismi di difesa vengono rivelati, così come l’abilità degli architetti del passato non solo nel costruire mura e saloni, ma anche nel rispettare le costruzioni precedenti, integrandole e rendendo, così, il castello simile ad un libro le cui pagine dei capitoli iniziali non sono state cancellate bensì arricchite da quelle successive. Ciò almeno sino ai giorni nostri, quando, nella seconda metà del XX secolo, parte dell’edificio è stato distrutto per far spazio ai lavori del manto stradale.

Ma il Castello di Mola, benché mutilato da abbattimenti e restauri spesso inadatti, si erge ancora maestoso, fiero del suo passato militare e cortese; fiero di esser stato, sotto la famiglia Toraldo, un luogo di grande importanza culturale. Proprio alle vicende della famiglia del Barone Vincenzo Toraldo è dedicata gran parte delle interpretazioni degli attori, che ripercorrono i momenti più tristi di questa dinastia, portata avanti da una delle donne più belle e intelligenti del Regno di Napoli: Brianna Carafa.

I secoli in cui Mola vide le mura della sua fortezza brillare per gli ingegni che l’abitarono, sono stati anche quelli in cui gli uomini inventarono alcune delle torture più efferate e crudeli. Tracce di questi strumenti di tortura sono visibili nei sotterranei del Castello, dove l’associazione Rosa di Jericho ha allestito una mostra permanente di strumenti che, pur non essendo stati utilizzati nel Castello di Mola (che mai ospitò al suo interno delle prigioni), servono come importante fonte storica e documentaria.

Grazie al lavoro di questa associazione, molesi e turisti hanno avuto la possibilità di riappropriarsi di un importante pezzo della loro storia, che non è solo Storia generale, ma anche personale. Un’esperienza, questa, di importanza fondamentale, soprattutto in un paese come il nostro che, proprio perché dimentico del suo passato, spesso smarrisce la strada verso il suo domani.

Sessant’anni e non dimostrarli: l’Accademia del Canto di Mola.

Chi pensa che la musica classica sia qualcosa di elitario, una forma d’arte magari un pò noiosa e per vecchiette impellicciate, martedì sera ha avuto avuto modo di ricredersi: prima che le porte di Palazzo Roberti si aprissero per dare inizio al concerto estivo dell’Accademia del Canto, una vera e propria folla era raccolta dietro i battenti, pronta ad accaparrarsi un posto per godere in tutta comodità delle voci del coro e dei solisti diretti dal maestro Nicola Diomede. Sono passati sessant’anni da quando il Maestro, per dare ai ragazzi di Mola un punto di riferimento nel mezzo del deserto culturale, ha fondato l’Accademia e mai come in questo caso par giusto affermare che, proprio come un vino di qualità, l’Accademia migliora di anno in anno e non sente il tempo che passa.

Il programma della serata è molto vasto e variegato, e spazia dalle grandi e famose arie d’opera all’operetta, dalla gloriosa tradizione della canzone napoletana ai canti popolari molesi. Da Bizet a Verdi, da Mozart a Puccini, senza dimenticare il “nostro” Niccolò Van Westerhout, le antiche mura di Palazzo Roberti fanno riecheggiare il meglio della tradizione concertistica italiana e internazionale. Ben presto altri spettatori si aggiungono, l’atrio del palazzo è gremito e più di una voce si alza quando, con O’ Marinariello  di Salvatore Gambardella, inizia il repertorio della canzone napoletana classica, comprese le immancabili Torna a Surriento e ‘O sole mio.

Ma l’acmè del concerto è raggiunto nella fase finale, quando tocca alle canzoni della tradizione popolare molese accendere nel pubblico la voglia di cantare e di riscoprire (o scoprire per la prima volta) la storia della nostra città, della nostra terra. Fior de lemaune, Marianne, e soprattutto, Ch’essa bianca ferete: il dialetto si fa lingua, lingia viva, lingua nobile, e riporta l’immagine di una vita di fatica e di gioie semplici, ma non meno intense.

L’Hallelujah di Handel conclude questo splendido concerto, nuovo successo dell’Accademia del maestro Diomede che, oggi come in passato, continua a diffondere tra i cittadini di Mola l’amore per l’arte e la cultura, fonte della vera ricchezza. Con buona pace di chi, invece, crede che la cultura non sia cosa che “si mangi”.

I frantoi ipogei di Mola

Ci sono a Mola luoghi nascosti nel sottosuolo, misteriosi e affascinanti custodi della storia e delle tradizioni della nostra città. Luoghi strappati alla terra dal lavoro degli uomini, ma  che l’incuria e l’inciviltà hanno tentato di distruggere. Sto parlando dei frantoi ipogei, gli antichi luoghi preposti alla lavorazione dell’olio. Pochi molesi sanno che la loro città ne possiede ben 40, dislocati sotto le strade e le case, testimoni di un passato nemmeno troppo remoto, in cui la lavorazione di questo “oro verde” (l’olio, infatti, era preziosissimo) avveniva con la sola forza umana e animale, muovendo manualmente macine e torchi.

Grazie all’associazione culturale Rosa di Jericho, desiderosa di far riscoprire ai cittadini di Mola la storia e la cultura del loro passato, è possibile visitare questi luoghi davvero molto suggestivi, partecipando alle visite guidate organizzate dall’associazione. Entrare nei frantoi significa letteralmente immergersi nel passato, toccare con mano la grande dignità e il duro lavoro che caratterizzava la vita della società contadina. All’epoca, la lavorazione dell’olio durava mesi, dall’autunno alla primavera, e per mesi lavoratori locali e provenienti da altre zone della Puglia vivevano a stretto contatto, come se fossero un’unica famiglia, in queste grotte di calcare che producevano un bene esportato in tutte le principali città e porti della penisola (l’olio di Mola, infatti, era particolarmente famoso e rinomato). A guidare i lavori vi era il “nocchiero”, una figura che, similmente alla sua controparte sul mare, conduceva gli altri lavoratori in questa barca sulla terraferma, e li spronava al lavoro attraverso una serie di incitamenti che appaiono quasi come un vero e proprio canto. Un personaggio, quello del nocchiero, quasi romanzesco, nel suo essere guida di una nave le cui assi erano fatte di calce viva.

Compagno fedele nei lunghi mesi di lavorazione dell’olio era l’asinello, che una volta entrato nel frantoio era destinato a non vedere più la luce del sole, e a girare la macina che avrebbe prodotto l’oro verde: nel frantoio ipogeo di San Pasquale, dove l’associazione Rosa di Jericho sta conducendo attualmente le visite guidate, è possibile vedere una macina originale, grande e maestosa nel suo essere un umile ma importante strumento di lavoro. Una vera meraviglia!.

Chi voglia scoprire o riscoprire questi luoghi straordinari, carichi di suggestione e fascino, può contattare l’associazione Rosa di Jericho all’indirizzo email info@rosadijericho.com, oppure telefonare ai seguenti numeri: cell. 3475250300; tel. 0804744287. Ulteriori informazioni sono contenute nel sito www.rosadijericho.com La prossima visita è prevista per domenica 1 luglio, dalle ore 18:30 alle ore 20:30, in modo che anche gli appassionati di calcio non “trovino scuse” e possano godere pienamente della bellezza della nostra storia e del nostro passato.

Clicca qui per guardare le foto del frantoio ipogeo di San Pasquale sulla pagina Facebook di MolaEventi